
Il 25 novembre non è una celebrazione.
È una presa di posizione.
Perché la violenza contro le donne non è un fatto privato, ma un problema strutturale, culturale e sociale.
È un pugno nello stomaco e se oggi qualcuno si sente a disagio leggendo queste righe, allora vuol dire che stanno facendo il loro dovere.
Perché la violenza contro le donne non si combatte con i fiocchi rossi, con le frasi preconfezionate, con le panchine dipinte, le lacrime di circostanza e il rumore di un solo giorno.
Si combatte mettendo in discussione un sistema che da secoli educa gli uomini al possesso e le donne alla sopportazione.
Il 25 novembre nasce dal sangue delle sorelle Mirabal, uccise nel 1960 perché scomode, perché ribelli, perché libere. Non vittime di un “raptus”. Non di un amore malato. Ma di un potere sano, lucido, organizzato, patriarcale.
E oggi, nel 2025, continuare a parlare di “dramma della gelosia” è una forma di complicità.
Continuare a chiedere alle donne “perché non se ne è andata prima?” è una forma di violenza.
Continuare a pensare che basti una giornata all’anno è una menzogna collettiva.
La violenza contro le donne non è un fatto emergenziale.
Vive nelle aule dei tribunali, nelle case, nei luoghi di lavoro, nei messaggi controllati, nelle libertà negoziate, nei sorrisi forzati, nei ricatti emotivi, nella dipendenza economica, nel senso di colpa che ci hanno insegnato a portare come seconda pelle.
E io, che ogni giorno ascolto donne spezzate, stanche, svuotate, non posso più usare un linguaggio neutro. Perché neutro significa vigliacco. Significa scegliere il silenzio.
Oggi scelgo di dire che il problema non sono le donne che restano.
Il problema sono gli uomini che controllano, umiliano, colpiscono, minacciano, uccidono.
Il problema è la società che li giustifica.
Oggi non vi chiedo di vestirvi di rosso.
Vi chiedo di disobbedire ai modelli che vi hanno insegnato.
Di smettere di chiamare amore ciò che amore non è.
Di vedere la violenza anche quando non fa rumore.
E se sei una donna che sta leggendo questo articolo e senti che quello che vivi non ha il diritto di chiamarsi normalità, sappi questo:
non devi essere forte.
Non devi resistere.
Devi essere ascoltata.
Io ci sono.
E non con pietà, ma con alleanza.
Scrivimi.
Chiamami.
Ti metterò in contatto con una rete pronta ad aiutarti.
Il 25 novembre non è una giornata.
È una posizione politica.
E io l’ho presa.
